Oggi 25 marzo è la Giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, (battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri e anche noto con il solo nome di Dante), istituita il 17 gennaio 2020 dal Consiglio dei ministri su proposta del Ministro della cultura Dario Franceschini.
La prima e la seconda edizione quella del 2020 e 2021 videro iniziative solo digitali e non in presenza a causa della pandemia di COVID-19 e delle relative contromisure.
L’idea del Dantedì nacque grazie a un editoriale firmato dal giornalista e scrittore Paolo di Stefano che esprimeva la volontà di riconoscere un giorno dell’anno da dedicare al massimo esponente della nostra letteratura, come succedeva già in altri Paesi. Si pensi allo Shakespeare Day inglese, il 23 aprile, data in cui si ipotizza sia nato il grande drammaturgo, o al modello citato dallo stesso Di Stefano, il Bloomsday irlandese dedicato a James Joyce, celebrato il giorno in cui è ambientato Ulysses, il 16 giugno.
L’iniziativa fu accolta positivamente e appoggiata con entusiasmo da intellettuali e studiosi, oltre che da prestigiose istituzioni culturali come l’Accademia della Crusca e la Società Dante Alighieri.
Questa iniziativa celebra in Italia e nel mondo il genio di Dante, ricca di eventi e celebrazioni per conoscere da vicino il sommo poeta, con delle programmazioni TV che dedicano parte dei loro palinsesti al sommo poeta e il Ministero dell’Istruzione, in concerto con quello della cultura, danno vita a una serie di iniziative per avvicinare studenti e non allo studio di Dante e quindi anche noi di Radio Febbre non potevamo esimerci dal celebrarla.
La data scelta non è affatto casuale poiché il 25 marzo 1300 è infatti idealmente il giorno di inizio del viaggio di Dante nell’aldilà della Divina Commedia, il primo canto dell’Inferno infatti dovrebbe collocarsi nella notte tra il 24 e il 25 marzo del 1300, anno in cui Dante Alighieri aveva 35 anni.
“Nel mezzo del cammin di nostra vita” ci indica l’età del poeta, 35 anni, perché secondo il Salmo XC.10, “I giorni dei nostri anni arrivano a settant’anni e per i più forti a ottanta”, se si considera perciò che l’età media di un uomo è di circa settant’anni, la metà di questa cade proprio a 35.
Se parliamo di Dante non possiamo non pensare e discuter della sua “opera” ossia La Divina Commedia, nell’esser precisi si deve dire che Dante denominò il suo lavoro semplicemente Comedia, l’aggettivo “Divina” le fu attribuito dal Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante, scritto fra il 1357 e il 1362 e stampato nel 1477.
Il capolavoro di Dante “La Commedia”, composta secondo i critici tra il 1304/1307 e il 1321, anni del suo esilio per ragioni politiche costretto a vivere lontano dalla città di Firenze in Lunigiana e Romagna, è universalmente ritenuta una delle più grandi opere della letteratura di tutti i tempi, che è quindi contemporaneamente autore e protagonista della narrazione ,descrive il viaggio immaginario e simbolico attraverso i 3 mondi dell’aldilà: Inferno, Purgatorio e Paradiso, nonché una delle più importanti testimonianze della civiltà medievale, tanto da essere conosciuta e studiata in tutto il mondo.
“Per chiarire quello che si dirà bisogna premettere che il significato di codesta opera non è uno solo, anzi può definirsi un significato polisemos, cioè di più significati” ,recita così la lettera che Dante Alighieri scrive al Signore di Verona Cangrande della Scala, probabilmente nel 1316, e in cui parla dell’opera che sta portando a compimento, annunciando che proprio a lui dedicherà il Paradiso, la Commedia è un poema segnato dalla pluralità di significati, diretti e allegorici, che letteralmente descrive lo stato delle anime nei 3 regni ultraterreni, mentre in chiave metaforica esalta quel libero arbitrio che può condurre l’Uomo alla dannazione o alla Grazia.
La lettera a Cangrande è una sorta di introduzione alla Commedia, ne illustra i contenuti profondi, i riferimenti filosofici, i lacci con cui si lega, per analogia o contrasto, alla tradizione letteraria precedente e perfino le scelte ritmiche.
La strofa di base della Commedia è una particolare terzina a rima incatenata, detta appunto dantesca, così chiamata perché costruita in modo ABA BCB, per cui il secondo verso della prima terzina rima con il primo e il terzo della seconda in una concatenazione continua che si spezza solo all’ultimo verso del canto.

Il verso scelto è quello dell’endecasillabo con l’accento sulla decima sillaba, ed è probabilmente derivante dal serventese, usato per trattare argomenti aulici, è il verso preferito della lirica italiana medievale che lo considera un verso nobile.
Il numero 3, che contiene un chiaro riferimento trinitario, è alla base della Commedia così come lo è nella narrazione della Vita Nuova, dove il rapporto tra Dante e Beatrice è scandito cronologicamente sulla base del numero 3 e dei suoi multipli. Il 3 conforma le singole cantiche, ciascuna delle quali costituita di 33 canti, eccezion fatta per l’Inferno che ne ha in più uno introduttivo, quindi 34 totali, portando così il conteggio complessivo dei canti dell’intero poema a 100, multiplo di 10, altro numero dotato di forte simbolismo.
L’ambito spaziale della Commedia riproduce fedelmente quelle ch’erano le costruzioni dell’astronomia tolemaica e della fisica aristotelica, e nella descrizione dei 3 regni soprannaturali, si assiste a un’ulteriore tripartizione interna in ciascun regno che suddivide le anime secondo le categorie dell’etica aristotelica e della dottrina cristiana.
L’ Inferno è il primo dei 3 regni dell’Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del viaggio, con la guida di Virgilio.
L’Inferno: voragine apertasi nella Terra per accogliere Lucifero, scacciato dal Paradiso, e che ospita le anime dannate, Dante lo descrive come un’immensa voragine a forma di cono rovesciato, che si spalanca nelle viscere della terra sotto la città di Gerusalemme, nell’emisfero settentrionale della Terra, che la geografia medievale poneva al centro dei tre continenti conosciuti: Europa, Asia e Africa (Il criterio del contrappasso).
Sulla porta dell’Inferno c’è una scritta minacciosa di colore oscuro, “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate” che preannuncia a chi la attraversa le pene infernali e l’impossibilità di tornare indietro, la porta è scardinata e permette un facile accesso, ciò in quanto Cristo trionfante dopo la resurrezione la sfondò per andare nel Limbo e trarre fuori i patriarchi biblici. Non sappiamo dove si collochi con precisione questo ingresso, ma Dante e Virgilio impiegano quasi un giorno per raggiungerlo dopo l’episodio della selva oscura.

C’è un Vestibolo, detto anche Antinferno, dove si trovano gli ignavi, questo luogo è diviso dall’Inferno vero e proprio dal fiume Acheronte, dove i dannati vengono traghettati da Caronte sulla sua barca. Il I Cerchio, detto anche Limbo, da “lembo”, ovvero orlo estremo dell’abisso infernale, ospita i pagani virtuosi e i bambini morti prima del battesimo, queste anime non sono né dannate né salve e non subiscono alcuna pena, tranne il desiderio inappagabile di vedere Dio e Virgilio è una di esse.
Dopo il passaggio dell’Acheronte, i dannati giungono davanti a Minosse, custode del II Cerchio e giudice infernale, le anime confessano tutti i loro peccati e Minosse indica qual è il Cerchio dove saranno destinati, attorcigliando la lunga coda intorno al corpo.
I peccatori sono disposti in ordine progressivo in base alla gravità dei loro peccati, dai più lievi a quelli più gravi, e scontano pene che li rievocano secondo il criterio del contrappasso, che riproduce alcune delle caratteristiche della colpa.
Le anime subiscono una pena in base ai peccati che hanno commesso in vita, i peccati sono suddivisi in 3 grandi categorie: incontinenza, lasciarsi andare agli impulsi primordiali senza utilizzare la ragione; violenza contro Dio, contro gli altri o contro se stessi; frode, usare la ragione per fare del male.

Queste 3 categorie sono a loro volta suddivise in 9 cerchi, o gironi, ciascuno dei quali corrisponde ad un determinato peccato. Nel primo cerchio ci sono coloro che non hanno ricevuto il battesimo; nel secondo i lussuriosi; nel terzo i golosi; nel quarto gli avari e i prodighi; nel quinto gli iracondi e gli accidiosi; nel sesto gli eretici; nel settimo i violenti; nell’ottavo i ladri, gli ipocriti, i seminatori di discordia, i falsari, i consiglieri di frode; nel nono i traditori che si trovano nella parte più bassa dell’Inferno, vicini a Lucifero che, conficcato al centro della Terra, tiene nella sua bocca Giuda, Bruto e Cassio, cioè i traditori del Cristo e dell’Impero.
Superato Minosse, i due si ritrovano nel secondo cerchio, dove sono puniti i lussuriosi: tra essi le anime di Semiramide, Cleopatra, Elena di Troia ed Achille. Celebri i versi del quinto canto su Paolo e Francesca che raccontano la loro storia e passione amorosa. Ai lussuriosi, travolti dal vento, succedono nel terzo cerchio i golosi; questi sono immersi in un fango puzzolente, sotto una pioggia senza tregua, e vengono morsi e graffiati da Cerbero, terzo guardiano infernale; dopo di loro, nel quarto cerchio, presidiato da Plutone, stanno gli avari e i prodighi, divisi in due schiere destinate a scontrarsi per l’eternità mentre fanno rotolare massi di pietra lungo la circonferenza del cerchio.
Usciti dall’Inferno attraverso “la natural burella”, una sorta di cunicolo sotterraneo che si estende in tutto l’emisfero meridionale e dove scorre un fiumiciattolo, probabilmente lo scarico del Lete. Dante e Virgilio si ritrovano nell’emisfero australe terrestre, che si credeva interamente ricoperto d’acqua, dove, in mezzo al mare, s’innalza la montagna del Purgatorio, il secondo dei 3 regni dell’Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del viaggio, con la guida di Virgilio monte creatosi dalla massa di Terra spostata dall’arrivo di Lucifero, è l’unico dei 3 regni a non essere eterno, qui stanno le anime purganti, che espiano le proprie colpe prima di salir al Paradiso.
Dante lo descrive come una montagna altissima che si erge su un’isola al centro dell’emisfero australe totalmente invaso dalle acque, agli antipodi di Gerusalemme che si trova al centro dell’emisfero boreale.
Usciti dal cunicolo, i due giungono su una spiaggia, dove incontrano Catone Uticense, che svolge il compito di guardiano del Purgatorio.
Secondo Dante, le anime destinate al Purgatorio dopo la morte si raccolgono alla foce del Tevere e attendono che un angelo nocchiero le raccolga su una barchetta e le porti all’isola dove sorge la montagna, qui arrivano su una spiaggia e sono probabilmente accolte da Catone l’Uticense che del secondo regno è il custode; quindi alcune attendono nell’Antipurgatorio un tempo che varia a seconda della categoria di penitenti cui appartengono, contumaci, pigri a pentirsi, morti per forza, principi negligenti.
L’attesa può protrarsi a lungo, ma non oltrepassare il Giorno del Giudizio in cui queste anime, comunque salve, accederanno al Paradiso, terminato il periodo di attesa, i penitenti attraversano la porta del Purgatorio che è presidiata da un angelo, quindi accedono alle sette Cornici in cui è suddiviso il monte. In ogni Cornice è punito uno dei 7 peccati capitali, in ordine decrescente di gravità e dunque con un criterio opposto rispetto all’Inferno: essi sono la superbia, l’invidia, l’ira, l’accidia, l’avarizia e prodigalità, la gola, la lussuria.
All’ingresso di ogni Cornice ci sono esempi della virtù opposta, il primo dei quali è sempre Maria Vergine, mentre all’uscita ci sono esempi del peccato che si sconta, gli esempi possono essere raffigurati visivamente, dichiarati da delle voci o dai penitenti, rappresentati con delle visioni. Il passaggio da una Cornice all’altra è assicurato da delle scale, talvolta ripide e difficili da salire.
Le anime dei penitenti soffrono delle pene fisiche, analoghe per molti versi a quelle infernali e con un contrappasso, ma con la differenza che i penitenti non sono relegati per l’eternità in una Cornice ma procedono verso l’alto: quando un’anima ha scontato un peccato e si sente pronta a proseguire, passa alla Cornice successiva.
Dante rappresenta nelle varie Cornici i peccatori più rappresentativi del peccato che vi si sconta, anche se è ovvio che queste anime stanno compiendo un percorso, il criterio è analogo a quello del Paradiso, in cui i beati si mostrano a Dante nel Cielo di cui hanno subìto l’influsso in vita, mentre normalmente risiedono nella candida rosa nell’Empireo.
Le anime si trattengono nelle varie Cornici un tempo che varia a seconda del peccato commesso, che in certi casi può essere nullo, Stazio, ad esempio, non si sottopone alle pene delle ultime due Cornici, o protrarsi per anni o secoli. In ogni caso la pena non può andare oltre il Giudizio Universale, dopo il quale i penitenti accedono al Paradiso, ovviamente le anime di personaggi particolarmente santi o meritevoli vanno direttamente in Cielo senza passare dal Purgatorio, come afferma ad esempio l’avo Cacciaguida.

Quando l’anima di un penitente ha scontato per intero la sua pena, il monte è scosso da un tremendo terremoto e tutte le anime intonano il Gloria: a quel punto l’anima accede al Paradiso Terrestre, che si trova in cima alla montagna dopo il fuoco dell’ultima Cornice. Qui è accolta da Matelda, che probabilmente rappresenta lo stato di purezza dell’uomo prima del peccato originale e che fa immergere il penitente nelle acque dei due fiumi che scorrono nell’Eden: il Lete, che cancella il ricordo dei peccati commessi in vita, e l’Eunoè, che rafforza il ricordo del bene compiuto, a questo punto l’anima è pronta a salire in Cielo, pura e disposta a salire a le stelle come Dante dirà di se stesso.
Come detto, il secondo regno comprende l’Antipurgatorio e le 7 Cornici in cui si scontano i peccati capitali; eccone uno schema riassuntivo, che indica anche la pena subìta dai vari penitenti.
Nella I schiera di negligenti dell’antipurgatorio Dante incontra Manfredi di Sicilia, assieme a coloro che tardarono a pentirsi per pigrizia, ai morti per violenza e ai principi negligenti, infatti, essi attendono il tempo di purificazione necessario a permettere loro di accedere al Purgatorio vero e proprio. All’ingresso della valletta dove si trovano i principi negligenti, Dante, su indicazione di Virgilio, chiede indicazioni ad un’anima che si rivela essere una sorta di guardiano della valletta, il concittadino di Virgilio Sordello, che sarà la guida dei due fino alla porta del Purgatorio.
Giunti alla fine dell’Antipurgatorio, superata una valletta fiorita, i due varcano la porta del Purgatorio questa è custodita da un angelo recante in mano una spada fiammeggiante, che sembra avere vita propria, e preceduta da 3 gradini, il primo di marmo bianco, il secondo di una pietra scura e il terzo in porfido rosso. L’angelo, seduto sulla soglia di diamante e appoggiando i piedi sul gradino rosso, incide sette “P” sulla fronte di Dante, poi apre loro la porta tramite 2 chiavi, una d’argento e una d’oro, che aveva ricevuto da San Pietro; quindi i due poeti si addentrano nel secondo regno.
Ma poi Virgilio e Dante si devono congedare, poiché il poeta latino non è degno di guidare il toscano fin nel Paradiso, e sarà Beatrice a farlo e dopo avere bevuto prima le acque del Lete e poi dell’Eunoè, infine, Dante segue Beatrice verso il terzo e ultimo dei 3 regni dell’Oltretomba cristiano visitato da Dante: il Paradiso.
Dante ne dà una precisa collocazione spaziale come per Inferno e Purgatorio, anche se la sua descrizione è molto lontana da quella di un luogo fisico e si fa più astratta man mano che l’ascesa procede.
Il Paradiso: La Terra, sferica e al centro dell’universo, è circondata da 9 cieli che ospitano stelle, costellazioni e le anime beate, differentemente dagli altri regni, le anime salve sono di puro spirito e non hanno un Cielo assegnato, seppure in modo fittizio, le anime sono ordinate in senso progressivo sulla base del loro grado beatitudine, e tripartite in base a come agirono il bene durante la vita, se furono spiriti mondani, attivi o contemplativi.
Il Paradiso è costituito da 9 cieli concentrici, al centro del quale si trova la Terra, i primi 7 cieli prendono il nome dai pianeti del sistema tolemaico, Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, mentre gli ultimi 2 sono rappresentati dalle Stelle fisse e dal Primo Mobile.
Tutte le anime del Paradiso si trovano nell’Empireo assieme a Dio, ma si presentano a Dante nei vari cieli per spiegargli i misteri teologici e rendergli più comprensibile il viaggio.
Ogni anima appare in un determinato cielo in base alle caratteristiche spirituali che l’hanno contraddistinta in vita.
Dunque: nel cielo della Luna compaiono gli inadempienti, nel cielo di Mercurio gli spiriti attivi, in quello di Venere gli spiriti amanti e così via, ogni anima non desidera nient’altro oltre a quello che già ha e vuole soltanto quello che Dio vuole.
Anche qui vi è una tripartizione delle anime: ci sono quelle che hanno meritato il Paradiso per le virtù della vita mondana, della vita attiva e della vita contemplativa, al di sopra di tutti i cieli si trova l’Empireo, che ha la forma di un grandissimo fiore al cui centro siedono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, circondati dagli angeli.

Sul 3 si basa anche la scelta di assegnare a ciascun sesto canto una valenza politica: se sul 9, numero perfetto, si basa la cosmogonia divina, il 6, ritenuto imperfetto, è adatto per ospitare l’attacco politico.
Nella descrizione poetica del terzo regno dell’Oltretomba Dante si discosta nettamente dalla tradizione letteraria precedente e sceglie una strada del tutto nuova, che differenzia la III Cantica anche dalle due precedenti. Inferno e Purgatorio, infatti, erano luoghi fisici la cui raffigurazione aveva tratti plastici e materiali, dal momento che il primo era una voragine che si apriva nel sottosuolo e il secondo una montagna altissima che si ergeva su un’isola, il Paradiso, invece, pur avendo una precisa collocazione spaziale, è rappresentato da Dante in modo astratto, immateriale, con una descrizione che si fa più rarefatta man mano che si sale e ci si avvicina a Dio.
L’autore rinuncia quindi volutamente all’iconografia tradizionale che era associata al Paradiso, alla descrizione di angeli dalle ali bianchissime o dei santi che circondano Dio assiso su un trono, una simbologia ancora piuttosto presente per certi aspetti nel Purgatorio, per affidarsi invece a effetti di luce e di musica, a figure geometriche e immagini matematiche che sono quanto di più lontano da ogni descrizione materiale.
Nell’Inferno si trovano rime più aspre e un linguaggio più semplice, nel Purgatorio un tono elegiaco che trae spunto dal Dolce Stil Novo, mentre nel Paradiso un linguaggio più elevato, derivante dalla cultura classica e filosofica. Il suo stile è caratterizzato da cesure, neologismi, parole di uso popolare, dialetti, latinismi e quant’altro, per questo si parla di plurilinguismo dantesco.
Il linguaggio utilizzato da Dante nel poema è considerato la base dell’italiano moderno: per questa ragione, Dante viene tipicamente indicato come il padre della lingua italiana.
La Commedia, però, si caratterizza anche per un registro lessicale tendente al basso e al quotidiano, mentre il poema dantesco presenta variazioni importanti e s’innalza particolarmente nella terza cantica; Dante risolve questa contraddizione richiamandosi a Orazio che notava come, laddove necessario, i toni delle commedie potessero elevarsi.
Ci sono quindi 3 personaggi chiave che fanno da guida a Dante nei vari passaggi del suo viaggio e che occorre tenere presente se si vuole avere un’idea complessiva del poema.
La vicenda inizia con lo smarrimento di Dante nella “selva oscura”, simbolo della condizione di peccato che tiene il poeta lontano dalla visione di Dio, in soccorso di Dante, arriva il poeta latino Virgilio, l’autore dell’Eneide: sarà lui la prima guida di Dante nella discesa attraverso i luoghi dell’Inferno e nella successiva risalita fino alla cima della montagna del Purgatorio.
Qui, però, Virgilio deve fermarsi: essendo un pagano, cioè un uomo che non ha conosciuto il messaggio di Cristo, egli per quanto saggio non può arrivare al Paradiso ed occorre un’altra guida che accompagni Dante nella parte finale del suo viaggio.
La seconda guida è quindi Beatrice: la donna amata dal poeta, simbolo di perfezione e, come dice il suo nome, capace di condurre Dante alla beatitudine, ovvero di avvicinarlo a Dio.
Nella parte finale del racconto, però, per illustrare i complessi concetti teologici legati alla visione della divinità che è il culmine del viaggio, occorre una terza guida: tocca quindi a San Bernardo sostituirsi a Beatrice e condurre Dante al centro del Paradiso, dove appunto il poeta è ammesso alla contemplazione di Dio.
La lunga parte conclusiva contiene riflessioni su quel Paradiso che Dante doveva ancora terminare, e che spaziano dai riferimenti all’etica aristotelica a parallelismi tra la sua opera e i libri della Bibbia e di Lucano.
La fortuna della Commedia comincia ancora prima che Dante abbia terminato l’opera, quando iniziano a circolare le prime copie dell’Inferno, mentre già negli anni ’30 del Trecento sono diffusissime in tutta l’Italia centro-settentrionale copie manoscritte e complete che però presentano forme differenti, che spesso riflettono i dialetti delle aree in cui vengono copiati e diffusi.
Anche i commenti critici sono immediati e particolarmente importanti: tra questi spicca quello di Boccaccio, che fissa per la prima volta un testo che per secoli verrà ritenuto fedele all’originale, mentre il problema di una ricostruzione filologica del poema verrà risolta solo alla metà del Novecento.
L’importanza della Commedia l’ha posta al centro di dibattiti accaniti e secolari in cui il piano linguistico e quello politico si confondevano fino a diventare indistinguibili, la fiorentinità di Dante e della sua opera li rendevano una bandiera per chi, come Lorenzo il Magnifico, intendeva usare la cultura per affermare il primato fiorentino sulla penisola, mentre le caratteristiche venivano attaccate dagli umanisti, alla ricerca di una lingua più aulica e meno provinciale, e da chi, come Pietro Bembo, pensava di risolvere la questione della lingua italiana indicando dei modelli letterari, e preferendo Petrarca all’Alighieri.
E nonostante il periodo di minor fortuna della Commedia si possa identificare proprio a cavallo tra ‘500 e ‘600, è nel 1555 che viene stampata un’edizione dell’opera a cura di Ludovico Dolce che per la prima volta la definisce “Divina”.
Dante presenta la Commedia come un’opera dai molteplici significati, che sul piano letterale parla della condizione delle anime nei regni soprannaturali, e del libero arbitrio in senso allegorico.
Nella lettera a Cangrande l’opera viene analizzata in tutte le sue parti, sotto il profilo della metrica Dante sceglie di usare l’endecasillabo e la terzina incatenata.
L’architettura del mondo della Commedia rispetta quella dell’Universo Tolemaico, mentre sotto il profilo etico si rifà ai principi aristotelici, fondamentale è la suddivisione in base ternaria che caratterizza tutta l’opera.
La Commedia ha goduto di una fortuna sostanzialmente ininterrotta fin dalla sua pubblicazione, si è ritrovata però al centro del dibattito attorno alla questione della lingua. I sostenitori della lingua toscana ne sostenevano la centralità, mentre gli umanisti e i bembiani preferivano Petrarca.
Il nome Commedia, deriva dalla struttura della commedia classica, in cui situazioni sgradevoli e difficili si risolvono col lieto fine, si caratterizza anche per un linguaggio più basso e quotidiano, che nella Divina Commedia però tende a elevarsi, fino a diventare aulico nella terza cantica, il Paradiso.
Politica e religione, uno dei temi principali della Divina Commedia è il rapporto fra politica e religione, per Dante non devono esserci ingerenze dell’una sull’altra, ma entrambe sono destinate alla realizzazione dell’uomo, che ha dentro di sé una natura sia materiale che spirituale.
Dante, comunque, guarda il mondo dal punto di vista della fede: la storia per Dante non è altro che rivelazione delle verità cristiane.
Il viaggio, un tema presente in tutte e 3 le cantiche, anche se solo nel Paradiso se ne scopre il vero significato, dopo l’incontro con Cacciaguida il viaggio di Dante dovrà promuovere il rinnovamento morale dell’umanità ferita dalla cupidigia “capitalistica” di rifondare Chiesa e Impero richiamandoli alle loro originarie funzioni. Il viaggio in Dante è riconquista della divinità per riconsegnarla agli uomini.
Ma qui troviamo anche il ruolo della luce, la luce ha un vero e proprio significato allegorico, e rappresenta la grazia nel senso più ampio del termine.
Ci sono 3 personaggi che rappresentano la luce: Virgilio, lumen naturale, rappresenta la luce naturale dell’intelletto; Beatrice, lumen gratiae è l’illuminazione della fede con cui Dio si rivela all’uomo e S. Bernardo, lumen gloriae è quindi la guida prescelta ad assistere gli ultimi sforzi del viaggio di Dante per condurlo alla visione suprema della divinità.
Ma il concetto di ordine universale, la collocazione dei dannati e dei santi nel Paradiso di Dante obbedisce a una precisa volontà divina, che risponde a un ordine universale, i protagonisti dei canti accettano la loro sorte, obbedendo nei fatti alla volontà di Dio, la loro posizione si traduce nell’occupazione di un posto nell’infinita gerarchia degli esseri.
L’uso della similitudine in Dante fa larghissimo uso di questa figura retorica, che è utile per rendere più evidenti alcuni aspetti di un oggetto o di una situazione, la similitudine è mutuata dal mondo classico.
Se dovete affrontare la lettura della Divina Commedia o di alcuni suoi brani, non fatevi spaventare dal linguaggio, che a prima vista potrà sembrarvi molto difficile, un buon metodo consiste nel leggere prima un riassunto del canto che hai davanti: in questo modo, vi sarà più semplice afferrare il senso complessivo di quanto leggete e, poco alla volta, abituarvi al linguaggio di Dante.
Bisogna dire che non ci è pervenuta alcuna firma autografa di Dante, ma sono conservati 3 manoscritti della Commedia copiati integralmente da Giovanni Boccaccio, il quale non si servì di una fonte originaria, ma di manoscritti a loro volta copiati, si deve anche immaginare che Dante si spostò molto in vita per via dell’esilio, quindi non poté portarsi dietro molte carte: probabilmente, pertanto, i manoscritti originali si dispersero sin dalle prime diffusioni.
Il messaggio Dante Alighieri, di dar valore all’umanità in ogni singola persona e storia di vita è più attuale che mai, l’eternità, perciò, non sta in un Paradiso al di là della concretezza di questo mondo, dove le individualità scompaiono, se leggiamo la Divina Commedia in questo modo, è chiaro che troviamo le vere storie da analizzare nell’Inferno.
Come sarebbe, però, se con il Paradiso identifichiamo la pienezza di vita che si realizza con il rispetto e l’ascolto dell’altro nella sua presenza corporea e concreta? Non scaturirebbe da ciò una nuova etica della mitezza che riesce a rinunciare alla volontà di dominio, simboleggiata da Ulisse, e che si potrebbe trovare nel principio che “bene è ciò che dà realtà all’altro”?
Che cosa potrebbe significare per noi? Forse questo: anziché giudicare subito l’altro, dovremmo imparare innanzitutto ad ascoltarlo. Ma ci insegna, a noi tutti, cioè in modo laico, che la nostra umanità la realizziamo fino in fondo solo se diamo realtà gli uni agli altri.
Dal Paradiso di Dante, insomma, proprio da quel libro poco considerato specialmente chi si oppone a una “lettura religiosa” della Divina Commedia, ci arriva un messaggio nuovo, inaspettato, e di grande forza ispiratrice, ma soprattutto universale, cioè appunto laico.
Nel XX secolo, la filosofa Maria Zambrano ha tradotto quel principio nella considerazione bellissima che “ogni volta che si presta veramente attenzione alle cose si distrugge un po’ di male in se stessi”.
Attenzione, empatia e amicizia, infatti, sono alla fine le 3 parole con cui si vede concretamente che cosa significa “dare realtà all’altro”, e che sono i principi di quella nuova ed eterna umanità che Dante annuncia a noi oggi, uomini e donne del III millennio, in un modo nuovo e fresco, a quanto pare, Dante è ancora un vero maestra di vita…
A volte mi chiedo e se Dante avesse conosciuto oltre la storia del mondo? Se avesse conosciuto il tavoliere politico del Rinascimento, le trame delle corti del Seicento, i fasti chiassosi del Settecento, i moti romantici del Risorgimento, gli orrori del razzismo, le assurdità della politica moderna? Che cosa avrebbe fatto? Che cosa avrebbe detto, o pensato? Dove avrebbe messo queste anime, con quel suo profondo e incorrotto modo di pensare? Il tratto poetico ha saputo disegnare l’umano e il divino. A noi rimane solo il grandissimo piacere di leggere e “guardare”. Non è un caso che questo sia ritenuto il più grande di tutti i poemi dell’umanità, il più universale, è lo specchio di tutti i popoli e di tutte le epoche, è la fiaba che ogni essere umano può leggere per ritrovare le ragioni della vita, è un vulcano di immagini potenti che possono arricchire i nostri pensieri e la nostra fantasia, toccando picchi altissimi di piacere e sentimento.
Voglio concludere proprio con la prima delle 3 cantiche dell’Inferno, si apre con un Canto introduttivo, che serve da proemio all’intera opera, nel quale il poeta Dante Alighieri racconta in prima persona del suo smarrimento spirituale e dell’incontro con Virgilio, che lo condurrà poi ad intraprendere il viaggio ultraterreno raccontato magistralmente nelle 3 cantiche.
Dante si ritrae, infatti, “in una selva oscura”, allegoria del peccato, nella quale era giunto avendo smarrito la “retta via”, la via della virtù, e giunto alla fine della valle, “valle” come “selva oscura” sono allegorie entrambe dell’abisso della perdizione morale ed intellettuale, scorge un colle illuminato dal sole “vestito già dei raggi del pianeta/che mena dritto altrui per ogne calle” …. Il resto lo trovate nella lettura della Divina Commedia…
“Nel mezzo del cammin di nostra vita
Dante Alighieri, Inferno, I, vv. 1-12”
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura,
esta selva selvaggia e aspra e forte,
Che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
Dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
Tant’era pien di sonno a quel punto
Che la verace via abbandonai.
Da Parte mia è tutto.
Alla Prossima da SonoSoloParole.