I Negrita da cui prendono il loro nome dal brano dei Rolling Stones “Hey! Negrita” un gruppo musicale rock italiano, formatosi all’inizio degli anni novanta a Marcena, frazione del comune di Arezzo.
Nel 1999 agli MTV Europe Music Awards ottengono la Candidatura al miglior artista italiano; nel 2015 al Music Awards vengono premiati con il Premio CD Oro per l’album 9; nel 2019 al Premio MEI ottengono il premio alla carriera, nel 2016 viene riconosciuto il Premio Fabrizio De André alla carriera. Trent’anni sulle spalle e ancora quella voglia feroce di dire la propria.
Il 28 Marzo 2025 I Negrita sono tornati con Canzoni per anni spietati, un album che ha tutta l’aria di essere un j’accuse, un punto fermo da cui ripartire in un mondo che sembra sbandare, carico di rabbia e disillusione, ma anche speranza di fronte a un presente che appare sempre più fuori fuoco.
Canzoni per Anni Spietati non è solo il ritorno discografico dei Negrita, ma un grido di consapevolezza, una riflessione lucida e implacabile su un presente che si sgretola sotto il peso della disillusione, un concept album che non si limita a osservare, ma incide nella carne viva del nostro tempo, con un lirismo acuminato e un impianto sonoro capace di ammaliare e inquietare al tempo stesso.
Musicalmente, l’album si muove con un’eleganza selvaggia, il folk non è solo un codice stilistico, ma un linguaggio primordiale che si mescola a sfumature rock, blues e accenti mediterranei, creando un tessuto sonoro mutevole e avvolgente. Se le armonie richiamano radici profonde, gli arrangiamenti si spingono oltre, giocando con atmosfere ipnotiche e costruzioni imprevedibili e ogni brano è un’isola che si collega alle altre attraverso il filo delle parole, come in un’antologia musicale dove il tema unificante è la lotta contro l’omologazione del pensiero.
L’italianità resta fortemente presente soprattutto nella forma canzone, si tratta di un concept letterario più che musicale, in cui le parole diventano l’elemento di connessione tra i brani, ogni canzone si lega all’altra, dando vita a un progetto in cui il filo conduttore è rappresentato dalle tematiche affrontate.
Copertina dell’album? Nessuna immagine, solo parole, per enfatizzare l’importanza dell’ascolto puro!
I Negrita firmano un ritorno con la forza di chi ha ancora qualcosa da dire e il coraggio di dirlo ad alta voce, con un disco completamente suonato, senza elettronica di nessun tipo, senza fronzoli, che va dritto al sodo, sia per la parte testuale che per la musica.

I Negrita ritornano con un disco di inediti dopo 7 anni dall’ultimo, e forse stupisce che le canzoni siano solo 9, di cui una cover, prima volta che in un loro album ci sono meno di 10 brani, ma del resto, però, meglio una tracklist corta, ma di brani validi, che un album farcito di riempitivi che rischiano di far perdere il focus dal concept generale e che magari non riescono a convincere del tutto. Certo, sarà il pubblico a decretare il successo di Canzoni per anni spietati, ma posso dire senza ombra di dubbio che si tratta certamente del miglior album dei Negrita dai tempi di Helldorado e se avete la pazienza di leggere fino alla fine ciò che scriverò ne scoprirete il perché.
L’album si apre con il brano “Nel Blu (Lettera ai Padroni della Terra)” che prende ispirazione da un pezzo famoso di Bob Dylan, che è “Masters of War”, lì si parlava della società degli anni 60, delle guerre che c’erano in quel momento, i Negrita invece raccontano la società contemporanea, quella del 2025, un brano dall’andatura marcata, un Groove solido e rock and roll, In qualche modo è forse anche il pezzo più rappresentativo del disco e non è un caso che lo apra.
“Nel blu (Lettera ai Padroni della Terra)” con un pugno in forma rock prevale letteralmente odio e disprezzo per chi comanda il mondo a colpi di guerre solo per il potere e il denaro, fino ad augurare loro la stessa fine delle persone che uccidono per i propri scopi. “Ma che Dio vi maledica e vi metta in una bara – per potervi seppellire con i fiori e la fanfara – e noi saremo lì presenti, sorridenti a controllare – che davvero siate morti e non possiate ritornare più”. C’è comunque una reazione: quella di alzare gli occhi al cielo e perdersi nel blu, per scappare da questa realtà opprimente.
“Noi siamo gli altri” una ballata profonda e viscerale che celebra l’autenticità e la libertà di pensiero, con un testo potente, i Negrita danno voce agli emarginati e ai liberi pensatori, riaffermando la loro identità e la volontà di andare oltre le convenzioni. Il titolo del brano è un punto fermo su chi sono e cosa vogliono dire i Negrita, un manifesto che rappresenta il cuore del concept album, un’ode alla resistenza e alla ricerca dell’autenticità.
“Noi siamo gli altri” ci porta dall’altra parte, tra quelli che le politiche dei potenti le subiscono, ma che restano umani, in parte anche rassegnati dalle false promesse e aspettative di ogni epoca “ed aspettiamo le rivoluzioni – ma chi le ha viste mai?”, ma con sempre la speranza che, nonostante tutto, il futuro sarà migliore. “E vivere – senza più veleni, senza più vipere – senza più la nausea nelle notti acide – e mani libere per riuscire a ridere dei guai”. Ciliegina sulla torta, un magnifico assolo finale di Drigo di oltre un minuto e mezzo, per una canzone dalla durata “anni ’70”, di ben 6 minuti.

I due brani “Nel blu (lettera ai padroni della terra) e “Noi siamo gli altri”, oltre ad essere i due singoli pubblicati prima dell’uscita dell’album, sono un vero e proprio manifesto delle intenzioni e la perfetta spiegazione del titolo dell’album e se vogliamo possiamo vederli come due facce della stessa medaglia.
La società contemporanea tende a schematizzare, e qualche volta lo fa drasticamente: o sei bianco o sei nero, o sei progressista o sei un conservatore… non si considera mai una terza via, ci sono persone che non si riconoscono in nessuno schieramento e “Noi siamo gli altri” vuol dire questo, che esiste cioè una terza, una quarta, una quinta via alla società contemporanea e cerchiamo di raccontare in questa canzone il mondo che vediamo con i nostri occhi, abbiamo una coscienza, abbiamo una cultura e vogliamo manifestarla.
Poi arriva un vero e proprio pugno nello stomaco, si intitola “Ama o Lascia Stare” in cui mi ha rapita l’assolo di chitarra che accompagna la canzone, ma quello che poi rimane dentro è il testo, una fotografia di ciò che ci circonda, un universo di persone con i paraocchi. Questo brano ha un arrangiamento che all’inizio parte dal folk che ha ispirato tutto l’album, per poi virare su una specie di rock funky che richiama molto il sound dei Negrita degli esordi. In un mondo che si divide in fazioni contrapposte, in tifoserie, in un muro contro muro senza dialogo che non fa altro che esasperare ulteriormente i toni, l’amore è la risposta. “Ama o lascia stare – che in questa vita qua – gente che sa odiare – ce l’abbiamo già”, credo che questo ritornello lo canteremo tutti ai loro concerti ne sono certa!
Non mancano gli omaggi simbolici, dichiarazioni di appartenenza a una tradizione cantautorale che ha sempre intrecciato musica e impegno è il primo omaggio è “Song To Dylan” un brano acustico, per magia mi immagino di essere già ad un loro concerto!
Una terra malata, quella che viene narrata, il sentore che quello che già abbiamo vissuto possa tornare, non abbiamo bisogno di guerra ma di una rivoluzione, non è una semplice dedica, ma una rievocazione dello spirito ribelle che attraversa il disco.
“Song to Dylan” ricalca “Song to Woody”, un brano che il menestrello di Duluth aveva scritto per il suo riferimento musicale, Woody Guthrie, anche lo stile, totalmente in acustico, richiama quel mondo, nel brano vengono inoltre citati altri “maestri”, come John Lennon, Bob Marley e Joe Strummer.
Oltre ad una canzone in forma di dedica come un ringraziamento per aver insegnato, attraverso le canzoni, la coscienza sociale, emerge la paura per un passato oscuro che potrebbe ritornare. “La terra è malata come questa nazione – e ha bisogno… più che di una guerra… – di una rivoluzione!”) In perfetto stile folk, il brano è suonato totalmente in acustico e in trio, eccezionalmente con Pau al basso.
“Non esistono innocenti amico mio” è stato il primo singolo di lancio del disco, presentato in anteprima al concerto dello scorso settembre all’Unipol Forum di Assago per i 30 anni di carriera, questo brano è un altro atto di accusa verso un mondo che pare non avere più spazio per alcuna forma di umanità, e che vive solo di odio, soprusi e ingiustizie.
Ma siccome, come dice il titolo, nessuno è innocente, ci si chiede se, in qualche modo, non si sia complici in qualche modo di quello che succede. “La mia paura e sto tremando – è che ci stiamo abituando – e che tra questa indifferenza ci sia anch’io… – Ricorda: Non esistono innocenti amico mio!”
Questa canzone è quasi cinematografica: campane, sirene, un’atmosfera da provincia italiana che si trasforma in un brano carico di realtà, la canzone scava nell’idea di colpa collettiva, nel silenzio che spesso ci rende complici, nessuno è davvero innocente, sembra dire la band e prenderne coscienza è già un primo passo.
“Buona Fortuna” altrimenti detto “Shalalala”, si tratta di una canzone che risale al 1999 e che ha sempre portato il titolo provvisorio di “Shalalala” e che inogni album hanno sempre provato a riprenderla in mano, ma con risultati che non erano mai soddisfacenti, questa volta è stata dimezzata di tempo, stravolta ancora, e finalmente vede la luce, dopo una gestazione lunga oltre 25 anni.
Questo brano è un grido di speranza, l’idea che guardando la stessa luna anche se lontani, si possa sperare in qualcosa di migliore, un brano che, col suo ritmo fresco di arpeggi acustici ed elettrici che si intrecciano, potrebbe essere un ottimo singolo estivo.
Quasi a voler rafforzare questo concetto di “Non esistono innocenti amico mio” arriva “Dov’è che abbiamo sbagliato”, un rock tirato, per un brano che tira le somme su passato e presente, un po’ presa di coscienza e po’ atto di accusa verso la propria generazione, cresciuta con ideali che ora non si ritrovano più.
E anche qui, la constatazione porta alla consapevolezza che se “siamo gente che non ha memoria – che non impara niente dalla storia”, la colpa è anche di chi, in qualche modo, non è riuscita a trasmettere questo alle nuove generazioni, anche nel mondo della musica. “C’è stato un tempo in cui l’arte era una religione – e scoprivi il tuo Dio magari in una canzone – ma perdonate se dissento – qui vedo solo intrattenimento”.
E’ forse il pezzo più autocritico del disco, un’analisi generazionale senza sconti, in cui i Negrita si interrogano sul ruolo o sulla mancanza di impatto della loro generazione nel mondo di oggi, una canzone rock che non urla certezze ma fa domande necessarie.
Cosa stiamo lasciando alle nuove generazioni, se questo che stiamo vivendo è un mondo sbagliato, fatto di apparenza e non di sostanza, dove l’ipocrisia vince su tutto, qualcosa abbiamo sbagliato di sicuro, poiché è n mondo quello che ci circonda, fatto di gente che non ha memoria e che nulla ha imparato dalla storia.
Nel disco c’è spazio anche per una cover quella di una delle canzoni più belle di Francesco De Gregori,
“Viva L’Italia” è una vera e propria dedica al nostro paese, raccontata per filo e per segno, viene riletta con una chiave contemporanea, sottolineando le tensioni sociali e il senso di spaesamento che caratterizza il nostro tempo. La sua forza e le sue debolezze, l’Italia del 12 Dicembre (strage di Piazza Fontana) e di tutte le sue contraddizioni.
A mio avviso ogni riga che scrive De Gregori è un diamante, canzone che ha un contenuto calzante per questo momento storico e che si inserisce bene in questo concept, operazione di rispetto, ma anche di attualizzazione, per ricordare che le parole giuste non invecchiano mai.
Poteva mancare, inoltre, un brano cantato da Drigo? Ovviamente no, e come è spesso successo in passato, si tratta della canzone che chiude l’album ossia “Non si può fermare” è stata scritta subito dopo il lockdown, come si può notare da qualche richiamo “sopra un lenzuolo strappato – c’è scritto “andrà tutto bene” – te lo ricordi – ma poi com’è andata?”. Ahimè tutti sappiamo com’è andata, di sicuro non meglio e forse anche peggio di prima viste le aspettative. Una volta finito, se fosse mai finito, avremmo voluto rimuoverlo e non pensarci mai più. Ma qualcosa scavava dentro e questa sensazione arrivava soprattutto quando si avvicinava la bella stagione e sapevamo tutti che, arrivato il bel tempo, saremmo potuti uscire, si viveva l’attesa dell’estate come qualcosa di enormemente prezioso, una cosa che fino a qualche mese prima davamo semplicemente per scontato.
Questa ineluttabilità delle stagioni che cambiano, della Terra che continua la propria esistenza, al di là degli errori, delle cose che l’umanità riesce a fare, ci mette a contatto con la sensazione di grandezza che l’uomo può avvertire, senza confrontarsi invece con la nullità che è realmente di fronte all’enormità dell’Universo. È un brano che, celebrando con gioia l’arrivo dell’estate, vuole anche mettere l’accento sul contrasto che c’è nel rapporto fra Uomo e Natura.
Questa ballata toccante riflette sulla fragilità della nostra esistenza e sulla forza implacabile della natura, è una lettera d’amore all’estate, alla libertà, ma anche un promemoria: l’universo va avanti, con o senza di noi, e noi, spesso, dimentichiamo quanto siamo piccoli di fronte a tutto questo, una canzone leggera, come si dice nel testo, che personalmente leggo come una ricerca vera e propria di leggerezza.
La nostra generazione ha fallito? Questo è quello che sembra chiedersi i Negrita tra le righe del loro nuovo disco Canzoni Per Anni Spietati e con il pensiero di una generazione alla deriva.
Già dai primi singoli, “Non Esistono Innocenti Amico Mio”, “Noi Siamo Gli Altri” e “Nel Blu” (Lettera ai Padroni della Terra), si delinea il respiro dell’album: un affresco spietato dell’oggi, dove il senso di sconfitta generazionale si intreccia a un’urgenza espressiva che non fa sconti. Le parole fendono l’aria come lame, evocando immagini di un’Italia stanca, corrosa dalla mediocrità e dall’indifferenza, ma non c’è retorica, non c’è didascalismo: la scrittura dei Negrita resta carnale, viscerale, capace di parlare ai cinquantenni che si interrogano sul fallimento della loro epoca, senza mai cadere nel cinismo sterile.
Canzoni per Anni Spietati è un album politico nel senso più alto del termine: non schierato, ma necessario. Un’opera che non offre soluzioni, ma pone domande, spingendo l’ascoltatore a non voltarsi dall’altra parte. I Negrita tornano con un disco che è insieme incantesimo e risveglio, un canto di sirena che seduce con la bellezza della forma per poi colpire con il peso della sostanza.
Un buon disco che richiede attenzione, che non ammette distrazioni, che merita di essere ascoltato con la consapevolezza che, oggi più che mai, la musica può ancora scuotere le coscienze.
Mettendo insieme i brani di Canzoni per anni spietati, si ha una visione del mondo completa perché il disco riflette il desiderio della band di fotografare, in modo crudo ma autentico, le difficoltà del vivere oggi. La voglia di fuga e la disillusione sono tra i temi centrali di questo lavoro, che si pone come una riflessione lucida su una società segnata da un crescente senso di disorientamento e da un diffuso odio sociale. L’album si configura quindi come un’opera politica (e non partitica) nel senso più profondo del termine, affrontando cioè le questioni che riguardano la collettività e le sue sfide quotidiane senza schierarsi se non dalla parte delle menti autonome.
Un disco pensato per chi ha ancora voglia di ascoltare con attenzione, per chi cerca nella musica non solo intrattenimento, ma anche uno spunto di riflessione profonda. Quello che salta subito all’occhio è una sorta di ritorno alle origini: non ci sono sintetizzatori, sequenze, suoni elettronici.
Canzoni per anni spietati, infatti, è tutto suonato con strumenti “veri”, reali, esattamente come i Negrita avevano fatto nei primi album, prima di aprire le porte ai sintetizzatori con Reset. Ogni canzone è un tassello di un mosaico complesso che affronta disillusione, desiderio di fuga, rabbia e speranza, spazio per il dubbio, per l’autocritica, ma anche per un’energia che non si arrende, perché se il mondo brucia, la musica può ancora essere benzina sulle coscienze. La band si conferma una realtà musicale di riferimento, ma si propone come portavoce di un pensiero libero e indipendente, un ritorno che promette di lasciare il segno, in un’epoca in cui la musica può ancora essere una forma di resistenza e una speranza per chi non si arrende mai.

Un’occasione da non perdere per chi vuole lasciarsi travolgere dal vivo, dalle tracce del nuovo album e riscoprire quei pezzi storici che hanno reso la band una colonna portante del rock italiano potrà farlo dato che ad Aprile prenderà il via il Canzoni per Anni Spietati Tour, che porterà la band nei principali club italiani, durante il tour, i fan avranno l’opportunità di ascoltare dal vivo i brani del nuovo album, accompagnati dai grandi classici che hanno fatto la storia dei Negrita e potranno farlo l’ 08/04/2025 a Roma – Atlantico; 09/04/2025 – Napoli – Casa Della Musica; 12/04/2025 – Ravenna – GNX Arena ; 13/04/2025 – Milano – Alcatraz; 15/04/2025 – Firenze – Teatro Cartiere Carrara; 16/04/2025 – Venaria (To) – Teatro Concordia; 18/04/2025 – Brescia – Teatro Clerici; 19/04/2025 – Padova – Gran Teatro Geox; 24/04/2025 – Rovereto (TN) – Palasport; 01/05/2025 – Nonantola (Mo) – Vox Club; 02/05/2025 Nonantola (Mo) – Vox Club evento che è già sold out!
Sul palco con Paolo “Pau” Bruni, Enrico “Drigo” Salvi e Cesare “Mac” Petricich ci saranno Giacomo Rossetti al basso, Guglielmo Ridolfo Gagliano alla tastiera e Cristiano Dalla Pellegrina alla batteria.
Questo è il mio modesto parere sull’album.
Da parte mia è tutto.
Alla Prossima da SonoSoloParole.